Quando sono i secoli a trascorrere, diviene difficile tratteggiare con certezza il confine tra la Storia e la sua versione edulcorata, tramandata dalle folle per rendere eroico e meno banale (oggi diremmo più cinematografico) il proprio passaggio nel mondo.
Dalla Marsico Nuovo del XVI secolo, ad esempio, si tramanda una vicenda che non sfigurerebbe in un colossal di Mel Gibson.
La città di Marsico fu all’epoca contea normanna del Regno di Sicilia, in mano alla famiglia Sanseverino. Su una bassa collina in contrada San Giovanni si possono difatti ancora fotografare i ruderi dell’antico castello, ove l’intera vicenda ebbe luogo.
Marsico visse anni bui sotto il dominio dei Sanseverino, ostili alla propria gente e dichiarati avversari della famiglia Capano, nobili del popolo, il cui più illustre esponente fu il giureconsulto Alessandro.
Amico e protetto del viceré di Napoli, egli costrinse il conte Ferrante Sanseverino, incapace di averne altrimenti la meglio, a far valere diversamente il proprio potere: quando Alessandro annunciò le nozze della figlia Bianca con un nobile napoletano, egli ne approfittò ripristinando lo ius primæ noctis.
Il leggendario “diritto della prima notte” dei feudatari su ogni novella sposa, che pare vigesse in epoca medievale, non è in realtà che un mito moderno, il più cinematografico di tutti i miti, se è vero che non se ne ha traccia documentata nella storiografia di quel periodo, né delle epoche immediatamente successive.
Ciò non esclude che alcuni nobiluomini potessero davvero avvalersi di una certa autorità nei confronti delle dame di casta intermedia, di fatto ancora indifese, e da ciò trarre il diritto di reclamare la proprietà sui loro corpi allorché di fatto non avessero ancora concepito o preso marito.
Fu pertanto in questa cornice che il conte Ferrante costrinse la ragazza a fargli visita nel vecchio castello, alla vigilia delle nozze.
La leggenda narra di come don Alessandro avesse sulle prime provato a opporsi, salvo essere trattenuto dalla volontà della figlia, che impose invece di difendere da sé l’onore proprio e di quante avessero già patito in silenzio la stessa ingiustizia – liberando alfine, una volta per tutte, Marsico dalla tirannia.
Quando fu al cospetto del conte ella lo pugnalò, mettendolo in fuga e ponendo di fatto fine alla sua egemonia, acclamata dal popolo festante e dalle altre future spose finalmente liberate.
La Storia racconta d’altra parte come Ferrante, ultimo conte di Marsico, entrò proprio allora in contrasto col viceré, da cui fu esiliato, e ogni suo feudo fu messo all’asta.
Correva l’anno 1552, se qualcosa di certo è rimasto in tutta questa vicenda.
A noi piace però ripensare al tentativo di riscattare un intero popolo da parte di chi ne fosse ancora parte, un’eroina poi scordata dai libri di Storia eppure ancora parte della memoria e dell’indole di ogni lucano: a ricordare anche questo, forse, serve oggi la leggenda di Bianca Capano.
Si racconta che di notte, poco prima di avvistarlo, si potesse udire il rintocco delle campane della vecchia Chiesa, suonate a mo’ di monito, o a compimento e celebrazione di un antico rito ai più sconosciuto.
Soltanto allora, preparati benché mai abbastanza, si poteva incontrare lui, u Munaciedd.
Si tratta in effetti di una leggenda popolare ben radicata in tutto il Sud Italia, nelle varianti del “Munaciell” napoletano o del “Monachicchio” lucano descritto fra gli altri da Carlo Levi nel suo “Cristo si è fermato a Eboli”.
Tuttavia in alcuni centri, e in particolare a Marsicovetere, si tramanda una versione della storia decisamente più tetra, e per certi suoi aspetti più “reale”.
Sebbene infatti nella maggior parte dei casi si parlasse fondamentalmente di uno spiritello bonario, tutt’al più dispettoso e un po’ irriverente, il cui incontro potesse persino portare fortuna (la tradizione in molti paesi lucani vuole che chi riuscisse a togliergli il cappuccio addirittura diventasse ricco), e benché, in diversi contesti, questa potesse assomigliare a una stramba favola della buonanotte, da queste parti invece u Munaciedd era qualcuno, o qualcosa, da cui si raccomandava davvero i bambini di stare alla larga.
I ricordi, e testimonianze più o meno attendibili, riferiscono infatti di uno spirito demoniaco, un’anima sospesa simile più allo spettro di un film horror che a un folletto burlone.
Un piccolo monaco incappucciato e un po’ gobbo, dal richiamo sibilante, che si diceva essere venuto al mondo e albergare presso l’antico monastero di Santa Maria di Costantinopoli, ai piedi del paese.
Qui aspettava pazientemente chi nottetempo vi s’inoltrasse, tra i rintocchi del campanile e gli ululati dei cani alla luna, appannati dalla lugubre brezza di montagna che fischiava tra i rovi, per rapirli facendoli scomparire e dimenticare per sempre o, nei casi migliori, renderli pazzi o incapaci di ritornare alla vita.
Pare che avesse anche eletto a sua “base cittadina” un cadente fienile posto lungo la gradinata che scendeva a valle partendo dalla piazza del paese, l’antica “via degli zingari” oggi trasformata in una strada carrabile ma ancora nota a molti, guarda caso, come “scesa r’u munaciedd”. Qui si racconta fra l’altro, con convergenza quasi storiografica, che egli avesse tratto in prigionia una vergine, che l’indomani avrebbe dovuto sposarsi, conducendola all’oblio e alla pazzia.
C’è chi dice che il monaco abbia trovato la pace col crollo dell’antico campanile della Chiesa, avvenuto durante il tragico terremoto del 1980.
Il buonsenso dei nostri tempi, e il pullulare di racconti analoghi ma sostanzialmente divergenti più o meno in ogni centro della Basilicata, inducono oggi alla convinzione che si tratti di nient’altro che narrazioni mitiche, votate a un certo tipo di moralizzazione spirituale o, nei casi più oscuri, alla mera esorcizzazione di reali episodi criminali opportunamente dissimulati sotto il manto della fantasia – per scongiurare tra gli uomini la paura antica procurata dal male compiuto dagli uomini stessi.
E c’è però chi ancora oggi, preso dalla strana frenesia di percorrere di notte i ciottoli che costeggiano le rovine dell’antico convento, si dice riesca a riconoscere nel fruscio dei cespugli il sibilo ammaliante del piccolo frate.
Venendo giù dal centro di Marsicovetere, addossati al margine inferiore della collina che sovrasta la frazione di Villa d’Agri, si incontrano gli antichi ruderi del monastero eremitico di Santa Maria dell’Aspro.
La memoria, scritta e tramandata, racconta della centralità assunta da questo luogo nella vita del paese e dell’intera Basilicata, importanza perlopiù associata alla figura di Angelo Clareno, eretico francescano che trovò rifugio tra le mura del convento nei primi decenni del XIV secolo.
Originario delle Marche, dove ottenne il diaconato nell’Ordine attorno al 1270, Angelo (al secolo Pietro) si legò presto alla frangia più rigorista del Francescanesimo Spirituale di Ancona, scelta che preluse alla costituzione del gruppo dei “fratelli della povera vita” (o “fraticelli”), che contestavano l’autorità papale auspicando il distacco dall’Ordine, il ritorno alla purezza delle origini e l’estensione della Regola francescana a tutti i cristiani e non solo a chi abbracciasse il voto.
Ciò indusse il frate a far fronte a una lunga esperienza di persecuzioni, prigionie e peregrinazioni per l’Europa, minacciato dapprima dai movimenti antipauperisti interni all’Ordine e, in seguito all’abdicazione di papa Celestino V (che gli aveva fin lì garantito una sorta di indulgenza) e l’ascesa al trono papale di Giovanni XXII, anche dalla Curia che ne decretò lo status di eretico e di fuggiasco.
Fu in capo a queste peregrinazioni che nel 1334 il monaco giunse in Val d’Agri, in una terra povera e incolta dove poté predicare la povertà degli ecclesiastici e il rinnovamento della vita in attesa dell’Apocalisse, e assurgere alla fama di taumaturgo attraendo al convento folle crescenti di fedeli da tutti i luoghi limitrofi, e garantendosi una certa immunità e protezione da parte del popolo e dei maggiorenti della valle.
La permanenza di Angelo nel monastero si interruppe solo alla sua morte, avvenuta il 15 giugno 1337. La sua tomba fu a lungo meta di pellegrinaggi, benché a partire dal XVII secolo, in seguito alla dispersione degli eremiti di Santa Maria dell’Aspro, non se ne trovò più traccia: di lui rimasero il sigillo personale con l’effigie di San Michele, alcune epistole, e l’appassionata testimonianza dei suoi discepoli.
Com’è noto, il fenomeno del brigantaggio giocò un ruolo cruciale nella vita della Val d’Agri e della Basilicata postunitarie. Ci si sofferma di rado però sul ruolo rivestito dalla figura femminile nelle bande di briganti locali.
Occorre dire che in generale, se da un lato esisteva la donna del brigante, moglie o fidanzata di uno dei briganti gregari, che viveva nei paesi svolgendo la funzione di sentinella o fiancheggiatrice, dall’altro c’erano le brigantesse che vivevano col gruppo in clandestinità, partecipando attivamente alle azioni e godendo di maggior rispetto, soprattutto se erano le donne dei capibanda, come nel caso di Maria Rosa Marinelli.
Le donne costrette con la violenza a seguire i briganti vivevano una sorta di prigionia: per la vergogna di essere state violate, esse non facevano ritorno alle proprie famiglie, continuando a vivere sotto la sorveglianza dei briganti stessi.
Diversamente da quanto a lungo tramandato, invece, Maria Rosa Marinelli non fu espressamente vittima del brigantaggio. Tutt’altro. Lo testimoniano gli studi di Serena Carrano esposti nell’opera “Maria Rosa Marinelli, fiore di bellezza tra i briganti”.
Maria Rosa era una giovanissima contadina originaria di Marsicovetere, che al tempo della sua “militanza” (tra il 1862 e il 1864) non aveva compiuto vent’anni.
Le testimonianze non parlano di lei come di una donna crudele, né tantomeno di una prostituta: era promessa sposa di Angelo Antonio Masini ancor prima che questi si desse alla macchia per sfuggire al servizio di leva. Tuttavia, in assenza del capobanda, Maria Rosa prendeva spesso le redini come luogotenente e capeggiava gli altri uomini del gruppo.
Alla morte di Masini in uno scontro armato a Padula, Maria Rosa si consegnò alla polizia. La pena prevista per il tipo di reato era di venti anni, ma il sottotenente Polistina, suo difensore, riuscì a ribaltare le accuse presentandola come vittima innocente, che agiva in regime di costrizione.
Scagionata dal tribunale militare, non ottenne tuttavia lo stesso dalla giustizia civile: il giudice di Viggiano la incriminò e il tribunale sancì la sua colpevolezza condannandola a quattro anni di reclusione per “associazione di malfattori, estorsione, sequestro di persona e lesioni”.
Scontata la pena poté tornare a vivere a Marsicovetere e sposarsi, confortata dall’affetto dei compaesani.