Notizie Spinoso e il biancospino: le radici del simbolo tra miti e leggende

Con la primavera che avanza, la Val D’Agri si riempie via via di colori e profumi, il risveglio della natura è tangibile e sorprendente, in un territorio che vi è completamente immerso. Soffermiamoci su una pianta in particolare, il biancospino, chiamato così per la sua fioritura candida e per le numerose spine presenti sui suoi rami. Questa pianta che nasce spontanea delle zone montane, considerata sacra nell’antichità e nota per le sue proprietà medicinali, è fortemente legata alla storia di Spinoso.

Si narra che le origini del paese siano dovute addirittura ad un gruppo di esuli Troiani, che costruirono il loro primo villaggio con il nome Carro Nuovo. La zona però era popolata da serpenti grandi e velenosi che divoravano i primogeniti maschi delle famiglie. Gli abitanti furono costretti ad abbandonare le loro abitazioni, che però non restarono vuote a lungo; infatti, arrivarono sul luogo quattro ebrei erranti, Ibacco, Ismaele, Racaele e Faro, che presto capirono la situazione e dovettero cercare un riparo più sicuro per la loro sopravvivenza. Così i quattro si trasferirono sulla collina dello Spinoso (o Monte Spenuso) chiamata così proprio per la ricca presenza di biancospino, che impediva l’insediamento e il proliferare dei serpenti; ecco perché divenne un emblema di salvezza, utilizzato come simbolo del paese e presente tutt’oggi nello stemma comunale.

 

 

Quando Grumentum cadde per mano dei Saraceni, gli abitanti si spostarono nei paesi limitrofi; molti si rifugiarono proprio a Spinoso, che in questo modo si ripopolò! Questo potrebbe sembrare il giusto lieto fine del nostro viaggio nel passato, ma le avventure degli Spinosesi non finirono qui, c’è ancora una storia da raccontare!

Si dice infatti che anticamente il Monte Raparo fosse territorio di lupi, che mettevano a rischio la vita degli abitanti, e anche in questa occasione fu proprio il biancospino a salvarli! Nella parte più bassa del paese, gli abitanti scavarono un fosso che riempirono di rovi e biancospini, per impedire il passaggio dei lupi. In una delle notti seguenti,  però, una lupa tentò di saltare quell’ostacolo, ma rimase intrappolata. Lì partorì i suoi cuccioli, ma ben presto morirono, bloccati tra le spine. Nonostante i lupi costituissero un forte pericolo, la popolazione fu commossa da quell’avvenimento e decise così di chiamare quel luogo “Il Fosso del Lupo” su cui ora sorge Piazza Magenta. Al centro di questa piccola piazza si può tutt’ora trovare un monumento su cui compaiono delle formelle di mosaico, una raffigura il serpente e l’altra la lupa, per riportare alla luce queste leggende e mantenere viva la storia del paese.

 

Si sa che in ogni leggenda c’è sempre un pizzico di verità, sta a noi scovarla, incuriosirci, meravigliarci e arricchirci di conoscenza, perché come disse il poeta Jean Cocteau, “Cos’è la storia, dopo tutto? La storia sono fatti che finiscono col diventare leggenda; le leggende sono bugie che finiscono col diventare storia”.

 

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